Recensioni

Cruda di Gabriele Majo

Dal libro:

 

>> VERDE___
DUE PIRAMIDI CESTIE L’ACQUA DA’ ABBRACCI IN ONDE DIAGONALI

un lavandino ellittico… … la casa di amargo dà sulla piramide cestia:

quanto gli piacciono le mani che fa l’acqua: amargo: <<quanto mi piacciono tutte queste dita fatte di acqua… … vengono da dovunque>> dice amargo ogni mattina accarezzandosi baffi folti marroni.
sembra vivere solo per il momento in cui getta l’acqua con il bicchiere di lato nel lavandino ellittico: scorrono innumerevoli dita di mani di acqua in teneri tentativi di abbraccio… … quante volte lo si è visto infilarsi con tutta la testa nel lavandino per farsi toccare i baffi da un tenero quanto travolgente circondare di cascate di mani
     
       poi crea delle diagonali scomposte: ha un modellino della piramide cestia a roma, la sua finestra affaccia sulla piramide cestia a roma, ha un modellino della piramide cestia e ci gioca con la finestra spalancata; la riproduzione puntuta è posizionata nel lavandino ellittico: fa scendere acqua e ancora acqua lungo la piramide
la parte bassa è truccata da puntini di erbe e polveri colorate, investite dalle stesse cascate di mani partite dal viso, dal naso di amargo e ora scivolate in un propagarsi in diagonale di propulsioni intrecciate alla rinfusa: colori in libero sfogo sembrano decidere quando e come incontrarsi        e forse lo fanno.
amargo è idraulico. amargo sogna spesso che un giorno i suoi tubi idraulici possano creare qualcosa del genere sulla vera piramide cestia, che guarda incessantemente, convinto di vedere rivoli di sangue rosso, tè giallo oro, verde collutorio, inchiostro nero e inchiostro blu,     che giocano tra i giunti della piramide facendone un
monumento-frullatore di colori,     ipnotico come le insegne di ^spirali che si inseguono^ dai vecchi barbieri.
tutte le volte viene svegliato dal passaggio di una linea intorno alla piramide: un autobus curva e circonda le discese colorate: è l’autobus di joaninha              amargo la immagina al volante con dei pennelli in verticale, che, ad ogni curva, disegnano, sul tetto del bus, pesanti linee verde oliva.
 
amargo guarda dalla finestra il bus e fa 2 passi indietro con fare meditativo e voce dal basso:
 
<<amargo alla finestra vede la sua joaninha passare con il suo autobus: con quella curva intorno alla piramide taglia le discese colorate entrandoci dentro, entrando dentro il mondo del suo amargo. amargo pensa che joaninha possa dipingere il suo bus semplicemente girando il volante: è la sua artista preferita, io credo>> 
 
 
OMAGGIO AD UN ESORDIENTE
 
_di Pier Matteo Barone_
 
>> Questa opera prima non può essere considerata bella; i libri belli sono artefatti, questo, invece, è spontaneo, coinvolgente e ricco di spunti.
La narrazione risente indubbiamente di influenze d’inizio Novecento (il Futurismo, in primis, – quello vero, si intende, non quello volgarizzato dal Ventennio – e il Joyce dell’Ulisse), ma, soprattutto, si avvale dell’estro dell’autore, il quale, munito di una tavolozza con dodici colori, dà vita ad un quadro della realtà tutt’altro che astratto, affiancato da una geniale colonna sonora.
Gabriele Majo «fa 2 passi indietro con fare meditativo e voce dal basso» (non s’intende lo strumento!) e delinea una condizione sociale al limite, di chi è in continua migrazione verso il migliore dei mondi possibili, per tutti.
Questa ricerca ci conduce per mano attraverso le architetture antiche e solenni di Roma e quelle moderne e povere di San Paolo alla scoperta di affascinanti «luoghi di persone» in un viaggio travolgente come l’ago nelle mani di un sarto esperto, che «non entra ed esce mai dallo stesso buco».
Allora cos’è più crudo, il mattone delle «città nascenti»  perseguite da tenaci visionari o il mondo reale con tutte le sue contraddizioni su cui poco ci soffermiamo a riflettere?
Cogliamo il monito di questo architetto, scrittore, artista ed acuto osservatore della realtà: «Cosa aspettiamo a fuligginare?».





Da “Latina oggi” del 10 Giugno 2008

Il libro di Teodorico Ianiri



UN’ITALIA che non c’è più, un mondo Ormai scomparso anche se a separarci non sono secoli ma soltanto anni. Nelle pagine de «L’indifferenza del tempo», Teodorico Ianiri, avvocato del Foro di Roma ora in pensione, ci racconta un paesino del Sud ancora sconvolto dalle vicende della seconda guerra mondiale, con il suo campionario straordinario di umanità.

È un paese che riflette la vita rurale tradizionale, le incombenze giornaliere vissute come in un rituale, i pettegolezzi delle donne intorno alla fontana, (quelle donne che «… nella piazza chiedevano la fortuna al pappagallo dal piumaggio verde, appigliato con le zampe ben dilatate sulla spalla del padrone»); il solco profondo fra i signori e la povera gente. La galleria di personaggi (ciascuno ha le proprie caratteristiche messe in luce con certosina cura, attraverso un’attenta analisi psicologica), emerge insieme alle ambizioni, i vizi, le passioni che scorrono nel tran tran quotidiano, in un susseguirsi di eventi che portano verso il drammatico finale sul quale, al calare della notte, inizia a posarsi inesorabile… l’indifferenza del tempo.

Teodorico Ianiri è alla sua prima esperienza narrativa.

L’opera è edita da ««Calamaio» e si rivela scorrevole nell’approccio, un affresco efficace che nella descrizione ambientale e degli stessi personaggi, rivela nei particolari l’estro pittorico dell’autore.

Francesca Del Grande